Donatore od opportunista

     Ricordo che quando, oltre 40 anni fa, ho iniziato ad occuparmi di donazioni di sangue mi capitò sottomano un opuscolo di un medico trasfusionista olandese che, specialista anche in psichiatria, faceva un excursus sulle pulsioni positive e negative nei confronti della donazione. Molte cose da allora sono cambiate, ma anche nella Ns. Italia di oggi possiamo annoverare tra le seconde la paura dell’ago, quella delle infezioni, quella di sentirsi male, la perdita di tempo nei propri affari (anche se per il lavoratore dipendente è sempre previsto il giorno di riposo retribuito), inefficienze ed inadeguatezze (quali il disagio e la spesa per raggiungere il Centro Trasfusionale), la conoscenza - di solito pervenuta da fonti non controllabili - di gestioni non sempre irreprensibili ed in generale la sfiducia nelle persone e/o nelle istituzioni.

     Tra le motivazioni a favore della donazione esistono poi delle pulsioni che chiameremmo ideali, quali la consapevolezza del fabbisogno e lo spirito di altruismo e di solidarietà, ed altre meno nobili quali senso di riconoscenza per aiuti ricevuti, spirito di emulazione e controllo della salute attraverso gli esami peridonazionali; infine tutta una serie di vere deviazioni quali autocompiacimento, spirito di superiorità, esaltazione del super-io, esibizionismo e perfino spirito autopunitivo e di espiazione (senza parlare poi dell’opportunità di rimediare un giorno di assenza dal lavoro regolarmente retribuito). Prescindendo da queste ultime, che non oseremmo neanche chiamare motivazioni pro-donazionali, già da una rapida disamina di tutte le citate pulsioni, pro e contro, subito balzano agli occhi due aspetti che forse spiegano tutti i perché di una difficile autosufficienza in Italia ed in particolare al Sud. Innanzitutto, le motivazioni positive sono prevalentemente di natura idealistica mentre le negative di natura pratica. Questo da un lato spiega perché le seconde hanno finito per avere la prevalenza sulle prime e dall’altro ci lascia particolarmente preoccupati per il futuro, in cui sembra che pragmatismo, profit ed egoismo fino al cinismo siano le uniche vie per il successo (donde la necessità di un maggiore impegno di tutti per trovare nuovi input di solidarietà!). In secondo luogo, dove le cose funzionano meglio lì le inefficienze sono minori e le relative remore incidono meno marcatamente in senso negativo: ciò spiega perché in Italia Settentrionale c’è più che autosufficienza e nel Nord Europa persino esubero. Ed è in questo senso ad es. che trova la sua ragion d’essere l’apparentemente inspiegabile comportamento del “sudista” che, trasferito al Nord, diventa donatore - pur sapendo che lì il sangue basta - e, tornato al Sud, smette daccapo lasciandoci a digiuno.

    Ma chi fa il nostro mestiere deve essere un ottimista ed incorreggibile idealista, vedendo bene e bello dovunque. Persino nell’ago, che personalmente ho sempre ritenuto come l’unica remora veramente non superabile, per chi ne ha paura, nella donazione di sangue. Pensate, non molto tempo fa una donatrice, mentre mi dispiacevo di causarle dolore a causa dei suoi impossibili accessi venosi, mi rincuorava dicendomi: “Ma se non ci fosse questo piccolo fastidio, che dono sarebbe?” Che lezione! Come non dire che sono proprio i donatori ad illuminare il Ns. lavoro? Peraltro di bello nella donazione ce n’è tanto, quel bello che “intender non lo può chi non lo prova” e che ha una sola ma inequivocabile caratteristica: rende felici e pienamente soddisfatti chi ne fa l’esperienza. E’ questa una felicità molto vicina a quella che cerchiamo nella ns. vita giorno per giorno: non è tanto un flash, un attimo fuggente della nostra esistenza. Si tratta piuttosto di serenità, che è poi lo stato d’animo stabile di chi sta bene con sé stesso e con gli altri. E chi può essere più sereno dell’uomo che è cosciente di far bene il suo dovere e di essere prezioso per il prossimo, come accade per chi è donatore? Qualcuno, forse a ragione, potrebbe lamentare in queste considerazioni un eccesso di enfasi, ma credetemi, non è retorica! Come non avvertire fraternità in colui che per decine di volte ha “steso il braccio” o in chi accetta di buon grado persino l’ago, che pur teme? E, all’opposto, come non sentire lontano, assente chi aspetta, dice, l’occasione o l’emergenza per donare il sangue, chi “non se la sente” o “chi teme d’infettarsi” (oggi nel 2016....), chi pensa che il sangue a lui non potrà mai occorrere, e che quindi non ha doveri verso il prossimo, o che ci sarà sempre chi lo darà al posto suo e che questo compito riguardi solo tecnici e donatori? Di recente sono rimasto senza parola quando "un pezzo di.....giovane", al quale proponevo la donazione periodica ricordandogli che tutti potremmo avere bisogno di sangue, mi rispondeva candidamente: "quando avessi bisogno di sangue io, avrei solo il diritto di disporne e voi solo il dovere di trovarmelo" (e potremmo riconoscergli anche un merito: la sincerità....nel suo cinismo).  Anche costui è nostro fratello o non è piuttosto un opportunista? Ecco questa è la scelta alla quale oggi nessuno di chi mi ha seguito in queste pagine può più sottrarsi. Una scelta che io spero coerente, responsabile, morale. Una scelta in cui il dono finalmente possa riacquistare il ruolo fondamentale che gli spetta nell’accezione completa del termine: qualcosa che non prevede convenienze, ritorni o compromessi (insomma "una bestemmia" al giorno d'oggi). Tanto più importante - quando riguarda il sangue - in quanto l’oggetto del dono è spesso la vita stessa per il malato, di uno come noi, ma più sfortunato, al quale, nella sofferenza e nella lotta per la vita, è giusto che vada il regalo più grande: quello di una parte di noi stessi. Se ci pensiamo un attimo, tornando all’inizio del Ns. viaggio, tutti noi di una cosa siamo convinti: che il sangue sia un diritto trovarlo; ma se così è, diventa automaticamente un dovere donarlo dal momento che di esso, almeno per ora, non c’è altra fonte che il braccio dell’uomo. E anzi la stessa compatibilità gruppale sembra abbia guidato la particolare distribuzione dei gruppi sanguigni: il più frequente è lo zero, il donatore universale, mentre il più raro (10-20 volte meno) è l’AB, il ricevente universale. Quasi che il Signore abbia previsto, reso possibile e voluto quest’atto di profonda solidarietà tra gli uomini. Nessuno dunque può considerarsi estraneo a questo dovere che investe tutti: amministratori, personale addetto, in prima persona ogni cittadino. Nei congressi dei trasfusionisti si sente infatti spesso dire che il sistema trasfusionale si muove su tre gambe: le istituzioni (con i compiti di promozione -magari anche con qualche gratificazione per i donatori, non rare al Nord- e sensibilizzazione, come dicevamo in altro modo altrove), e noi sappiamo quanto lente... camminino; i tecnici (con i compiti di tutela e fidelizzazione dei donatori) che però, pur con tutta la buona volontà, non sempre per i loro compiti istituzionali sono capaci di….correre; ed il volontariato (che, se sollecitato da solide motivazioni e guidato dalle forze giuste, è capace di….volare, compensando limiti ed inefficienze delle altre due...). Provate però voi a camminare su tre gambe che si muovano a velocità così differenti......Perciò chiedo a tutti noi sincronismo ed omogeneità di intenti e di operatività: è  solo con la collaborazione di tutti e tre gli "attori del compito trasfusionale" che potremo assicurare un mondo migliore ai nostri figli. Un mondo in cui avere bisogno di sangue non significhi più mettere a rischio vita o salute del malato né stravolgere l’esistenza dei parenti in una corsa al Servizio Trasfusionale o nella ricerca spasmodica di donatori. E’ in quest’ottica che oggi ad es. si propone ai donatori - magari inseriti in gruppi aziendali, parrocchiali o comunali - di assicurare all’ospedale l’approvvigionamento necessario e all’occorrenza (eventuali necessità di sangue ad es. per un proprio familiare) limitarsi a contattare anche solo telefonicamente il S.I.T., che provvederà al malato, anche in mancanza di contestuale donazione. 

   Insomma, tornando a ciò che dicevamo all'inizio del nostro viaggio, sollecitiamo tutti a non attendere le emergenze a diventare donatore, sottraendo così alla comunità centinaia, migliaia di donazioni (proviamo a pensare quanto sangue si perde per il fatto che sono davvero pochi quelli che cominciano a donare a 18 anni): le emergenze non dovrebbero essere più un problema del cittadino ma del Servizio Trasfusionale. Se infatti l’ospedale è ricco di un gran cespite di donatori (è perciò che è nata l'Associazione dei donatori dell'Ospedale di Salerno, la V.O.S.S. appunto!) ed il gettito di sangue è adeguato, qualunque sia l’emergenza che riguarda qualcuno di loro o dei propri parenti o amici, lo stesso S.I.T. sarà in condizione di supportarla , di qualsiasi gruppo e nella quantità necessaria, senza alcun affanno per l’interessato; questi dovrà solo prendersi la pena di avvertire il Servizio Trasfusionale e poi dedicarsi tranquillamente ad assistere il proprio congiunto. Pensate, gli italiani sono 60 milioni. Da calcoli molto attendibili la metà potrebbe donare: i donatori non superano 1.500.000!

     Il nostro invito è rivolto particolarmente ai neomaggiorenni per i quali la prima donazione potrebbe rappresentare un rito di iniziazione, il momento di passaggio alla maggiore età, invece di violenza, alcool, droga e sballo... L'abbassamento dell'età media che ne deriverebbe costituirebbe davvero un'alba nuova per il problema sangue: come s'è detto altrove, ogni anno si perde il 10% dei donatori, la maggior parte per raggiunti limiti d'età. Bene, nella città di Milano 30 anni fa i donatori  diciottenni e sessantenni erano praticamente in parità numerica; 10 anni fa il rapporto era di 10 a 15; fra 10 anni la stima parla di un rapporto di 10 a 20......Non occorre commento!

    Bene, per costruire una nuova realtà, oggi e non domani, abbiamo bisogno di tutti voi -giovani in particolar modo-, nessuno escluso, e a ciascuno pensiamo di poter dire con reciproca fiducia: “Vogliamo darti una mano. Impossibile però senza… il tuo braccio!”.